Bisogni Educativi Speciali (BES)

 

Chi sono i BES e di cosa necessitano?

Intervista di Giorgio Morale a Luisa Formenti

 

Per rispondere a questa domanda è utile citare direttamente alcuni passaggi dei documenti che il Ministero ha prodotto quest’ultimo anno, in modo di fare chiarezza prima di tutto sull’area d’intervento che ci troviamo a considerare, individuando di conseguenza quali possano essere i bisogni e le strategie più utili: 

L’area dello svantaggio scolastico è molto più ampia di quella riferibile esplicitamente alla presenza di deficit. In ogni classe ci sono alunni che 

presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni: svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi

evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse. Nel variegato

panorama delle nostre scuole la complessità delle classi diviene sempre più evidente. Quest’area dello svantaggio scolastico, che ricomprende

problematiche diverse, viene indicata come area dei Bisogni Educativi Speciali (in altri paesi europei: Special Educational Needs).

 

Vi sono comprese tre grandi sotto-categorie: quella della disabilità; quella dei disturbi evolutivi specifici e quella dello svantaggio socio-

economico, linguistico, culturale”. (Decreto CTS 27 dicembre 2012)

 

Secondo la nota del Ministero del 27 giugno 2013 ogni alunno, con continuità o per determinati periodi, può manifestare Bisogni Educativi

Speciali: o per motivi fisici, biologici, fisiologici o anche per motivi psicologici, sociali, rispetto ai quali è necessario che le scuole offrano adeguata e

personalizzata risposta”. 

  

>  L'introduzione della categoria dei BES, è da considerare un passo avanti nell'inclusione oppure è un ennesimo modo per fare

cassa a tutto danno della scuola?

 

Il fatto che si vada a considerare la necessità di impegnarsi per un’inclusione più ampia e coerente, prendendo in considerazione non solo le disabilità,

ma anche le differenti situazioni di disagio e difficoltà, è una necessità già da molti anni. 

La scuola, oltre a soffrire rispetto a situazioni divenute in alcuni casi del tutto ingestibili, non ha ricevuto in questi anni sufficienti strumenti per

affrontarne i diversi aspetti che non coinvolgono solo l’area degli apprendimenti, ma anche aspetti più propriamente psicologici e in alcuni casi anche

psicopatologici, considerato l’aumento dei livelli di disagio psicologico e sociale, presenti nella realtà scolastica italiana.

 

La rilevazione dei bisogni e l’individuazione di risposte proprie di un ambito formativo, è diventato un impegno urgente, richiedendo una

seria e coerente risposta istituzionale, che con il Decreto sui BES il Ministero cerca di prendere in considerazione, anche se non è ancora in grado di

prospettare linee operative precise e si ferma alla delineazione di una serie di principi.

 

“È inoltre intenzione della scrivente procedere a una raccolta delle migliori pratiche in ordine alla definizione dei Piani in parola. A tal fine si richiede la

collaborazione delle SS.LL. affinché censiscano le proposte di P.A.I. realizzate nel loro territorio e trasmettendo copia delle rilevazioni, unitamente ad una

selezione delle buone pratiche” nota Ministero 27 giugno 2013.

  

Vi sono certamente scuole che hanno già affrontato queste tematiche in termini progettuali ed altre che sono molto più spaesate, ma va considerato che

in questi anni erano già arrivate sia indicazioni che finanziamenti rispetto alle diverse problematiche, che ora vengono considerate congiuntamente sotto

la comune voce inclusione. E’ anche vero che questi provvedimenti hanno responsabilizzato in particolare chi già era maggiormente coinvolto e

preparato su questi problemi, dando spazio alla scelta autonoma delle scuole, ma non sempre finanziamenti continuativi e sufficienti per tutti.

 

Così mentre alcune realtà sono rimaste nel disorientamento più totale, altre si sono attivate, assumendosi il carico e la responsabilità della

sperimentazione, ricercando in vari modi i finanziamenti necessari, facendosi aiutare anche dalle famiglie, economicamente sempre più

responsabilizzate.

 

A questo proposito va necessariamente considerato il tema della formazione diffusa per i docenti, perché l’abolizione dell’aggiornamento

obbligatorio per gli insegnanti ha rallentato notevolmente in questi anni la crescita pedagogica e didattica delle realtà scolastiche, che era necessario

continuassero questo cammino, per poter affrontare coerentemente le nuove sfide che l’ingresso dei bambini di diverse nazionalità, le nuove

problematiche emergenti e la diffusione delle nuove tecnologie hanno cominciato ben presto a richiedere.

 

> Nella sua formulazione iniziale la circolare sui BES sembrava porre la conoscenza diffusa sulla tematica dei bisogni speciali, come

alternativa all'intervento dello specialista. Questa è davvero un’alternativa? Le scuole possono fare a meno dell’insegnante di 

sostegno o dello specialista?

 

Domandarci questo è come chiederci se sia più necessario il pane o l’acqua per il benessere quotidiano del nostro corpo.

Non possiamo porre in alternativa una buona capacità di gestione educativa e didattica diffusa all’interno della scuola, elemento basilare per rispondere

ai diritti formativi di tutti gli alunni, con la necessità di fornire personale specializzato, in grado di accompagnare la crescita di quegli alunni che

necessariamente richiedono specifiche tecniche di insegnamento, interventi individualizzati e tempi particolari di attenzione e cura.

 

In ogni realtà lavorativa noi incontriamo personale variamente formato e specializzato, che il servizio è tenuto a fornire, per rispondere alla

domanda dell’organizzazione e dei propri utenti. Ci chiediamo per quale motivo nella scuola l’organizzazione del personale debba restare ferma a

un’articolazione di tipo basilare: dirigente scolastico, personale di segreteria, personale docente (di differenti discipline, oppure di sostegno, ma non

sempre specializzato), personale assistenziale o educativo, collaboratori.

 

Nel momento in cui la scuola italiana sceglie di percorrere la strada dell’inclusività, deve pensare a quale articolazione sia necessaria per permettere a

ogni alunno e a ogni classe, di avere una più completa risposta al proprio diritto formativo. Se alla scuola viene richiesta competenza, continuità,

responsabilità e capacità di integrazione, è necessario che venga garantita anche una maggiore specializzazione degli insegnanti, che devono

essere in grado di progettare percorsi didattici differenziati, ma anche gestire le diverse problematiche proposte da un gruppo classe.

 

“Tali complessi e delicati passaggi – proprio affinché l’elaborazione del P.A.I. non si risolva in un processo compilativo, di natura meramente burocratica

anziché pedagogica – richiedono un percorso partecipato e condiviso da parte di tutte le componenti della comunità educante, facilitando processi di

riflessione e approfondimento, dando modo e tempo per approfondire i temi delle didattiche inclusive, della gestione della classe, dei percorsi

individualizzati, nella prospettiva di un miglioramento della qualità dell’integrazione scolastica, il cui modello – è bene ricordarlo – è assunto a punto di

riferimento per le politiche inclusive in Europa e non solo.” (nota Ministero 27 giugno 2013)

 

Per fare questo si rende indispensabile la costituzione di nuove figure di sistema, in grado di dedicarsi con competenza all’analisi dei bisogni e alla

gestione delle risorse, non solo economiche ma anche umane, nonché all’individuazione delle strategie gestionali necessarie per una reale innovazione;

la scuola ha bisogno di personale in grado di favorire, avendone il ruolo e la competenza, uno sviluppo progressivo, articolato e armonico, dei diverse

proposte formative, uscendo dalla dinamica del volontariato e dell’alternanza dei ruoli.

 

 > Quali altri allievi possono essere considerati "a rischio"? Cosa dobbiamo intendere con "rischio" e quali possono essere gli 

indicatori di disagio che lo segnalano?

 

Oltre alle necessità formative emergenti dall’area dei bambini provenienti da differenti paesi e diverse culture, dotati molto spesso di incredibili capacità

di integrazione delle personali competenze, emergono attualmente diverse situazioni di disagio psicologico, familiare e sociale, che non trovando risposte

tempestive ed adeguate a livello sociale più ampio, rischiando di degenerare in situazioni patologiche, in situazioni di grave rischio sociale. Spesso la

scuola è sola ad affrontare queste situazioni, quindi ben venga la proposta di coordinamento delle risorse tra scuola, sanità e servizi sociali,

perché solo attraverso un intervento sinergico si può rispondere in modo articolato a situazioni sempre più complesse, che richiedono necessariamente

la collaborazione e la competenza di tutti.

 

“… un concreto impegno programmatico per l’inclusione, basato su un’attenta lettura del grado di inclusività della scuola e su obiettivi di miglioramento,

da perseguire nel senso della trasversalità delle prassi di inclusione negli ambiti dell’insegnamento curricolare, della gestione delle classi,

dell’organizzazione dei tempi e degli spazi scolastici, delle relazioni tra docenti, alunni e famiglie;

 

…. un utilizzo “funzionale” delle risorse professionali presenti, privilegiando, rispetto a una logica meramente quantitativa di distribuzione degli organici,

una logica “qualitativa”, sulla base di un progetto di inclusione condiviso con famiglie e servizi sociosanitari che recuperi l’aspetto “pedagogico” del

percorso di apprendimento e l’ambito specifico di competenza della scuola; …. l’impegno a partecipare ad azioni di formazione e/o di prevenzione

concordate a livello territoriale.” (Circolare BES 8 marzo 2013)

 

 > Possono essere consigliate strategie utili da adottare in campo strettamente didattico per i bambini "a rischio"?

 

Di strategie ve ne sono infinite e negli ultimi anni gli studi e le pratiche si sono articolati e approfonditi notevolmente, sia a livello didattico, che

psicologico e psicopedagogico. Vi sono numerosi programmi facilitanti per i bambini con disabilità, come per i bambini che presentano difficoltà di

apprendimento; sono state sviluppate metodologie decisamente efficaci, per affinare i processi di apprendimento e inclusione scolastica, vi sono molti

docenti che hanno sperimentato livelli di integrazione multiculturale davvero interessanti ed efficaci.

 

Il sapere non manca, non mancano nemmeno la volontà e l’impegno di una classe insegnante che in questi ultimi venti anni ha dovuto adattarsi a

situazioni decisamente poco dignitose. Ciò che manca sono le risorse economiche, la valorizzazione del personale realmente specializzato e una classe

politica che finalmente indirizzi la propria riflessione verso azioni innovative coerenti e consequenziali, sapendo riconoscere le competenze di quanti

hanno a cuore l’età evolutiva e la sua formazione: genitori, insegnanti, pedagogisti, ricercatori, studiosi, amministratori, etc.

 

“… obiettivi di miglioramento, da perseguire nel senso della trasversalità delle prassi di inclusione negli ambiti dell’insegnamento curricolare, della

gestione delle classi, dell’organizzazione dei tempi e degli spazi scolastici, delle relazioni tra docenti, alunni e famiglie”. (nota Ministero del 27 giugno

2013)

 

> Su quali alleati possono contare gli insegnanti in questo lavoro?

 

E’ necessario che ogni realtà scolastica possa dotarsi di personale specificamente in grado di compiere una precisa analisi dei bisogni emergenti,

partendo necessariamente dal punto di vista formativo.

 

E’ indispensabile che vengano attivate anche nelle scuole primarie e secondarie, figure pedagogiche di sistema, dotate di un curriculum formativo ed

esperienziale significativo e distaccate dall’insegnamento, che sostengano la progettazione degli insegnanti nella rilevazione delle difficoltà didattiche ed

educative, che siano specializzata sull’area della disabilità, dell’integrazione e della prevenzione, che sostengano i genitori e gli insegnanti, sapendo

anche indirizzare, solo se necessario, a servizi diagnostici e specialistici territoriali, differenziando in modo preciso la domanda educativa e didattica, da

quella di tipo diagnostico e riabilitativo.

 

Contemporaneamente la scuola ha bisogno di personale in grado di supportarla, con specifiche competenze, in uno degli aspetti più dolorosi della

dimensione scolastica: il disagio psicologico degli insegnanti, degli alunni e delle famiglie.

 

E’ importante che la scuola si doti stabilmente della consulenza di psicologi sistemici, in grado di affrontare le numerose dinamiche a

rischio presenti nelle scuole, in grado di supportare gli insegnanti nei momenti di difficoltà, di operare interventi di mediazione con le famiglie,

sostenendo i docenti nella loro capacità di essere interlocutori solidi e affidabili, per i colleghi, per gli alunni e per i genitori.

 

Contemporaneamente andrebbero meglio valorizzati quegli insegnanti specializzati di lunga esperienza, che possiedono non solo una formazione

specialistica, ma anche una conoscenza approfondita rispetto a specifici campi progettuali e/o specifiche patologie, in grado di divenire risorsa

progettuale per una rete scolastica più ampia, senza però nulla togliere al diritto d’istruzione specialistica all’interno delle singole scuole, che i

bambini con disabilità e le loro famiglie esigono, avendo compreso i grandi potenziali della scuola dell’inclusione.

 

“Deve essere del tutto chiaro che il piano annuale per l’inclusione non debba generare un taglio degli insegnanti specializzati, ma la messa in gioco di

personale stabile, in grado di implementare la dimensione inclusiva della scuole, la rilevazione precoce delle problematiche a rischio e di ogni tipo di

disabilità, la collaborazione con i servizi sociali e sanitari, la stabilizzazione delle risorse”  (nota Ministero del 27 giugno 2013)

 

 > Quale può essere il contributo della psicomotricità educativa e preventiva?

 

Il nostro contributo può essere quello di creare spazi di potenziamento della dimensione di benessere nella relazione tra i bambini e tra

insegnanti e bambini, valorizzando la dimensione del gioco, come spazio di consolidamento di una rete di relazioni che favoriscano lo sviluppo

personale e sociale dei bambini. Si offre ai bambini la possibilità di creare relazioni più solide con i compagni, elaborando e trasformando i 

conflitti in alleanza, consolidando la percezione dell'altro come risorsa e del gruppo come rete di supporto.

 

Nei laboratori di psicomotricità i bambini possono sperimentare la loro capacità creativa, ma anche  esprimere attraverso il gioco la propria rabbia, le

proprie angosce, la propria fragilità, trovando adulti in grado di accogliere questi messaggi e di saperli trasformare, attraverso la dimensione del gioco

creativo e simbolico.  

 

Mettere in gioco, comprendere ed ascoltare, sono tutti elementi di una condivisioni che i bambini hanno bisogno di incontrare nella dimensione

educativa, trovando adulti in grado di accogliere, sostenere, trasformare e trovando spazi che favoriscano la libertà di espressione e l'emergere dei

differenti potenziali personali.

 

La possibilità di confrontarsi con gli insegnanti rispetto a queste esperienze, favorisce la presa in carica educativa di problematiche che parrebbero del

tutto inaffrontabili e che per uno/a psicomotricista sono pane quotidiano, esperienze del tutto normali nell'area di intervento in cui è abituato a lavorare:

l'area del disagio e della difficoltà di crescita.

 

All'interno del nostro sito è possibile trovare numerosi elementi di riferimento rispetto alle proposte che i nostri soci realizzano all'interno delle realtà

educative o in ambito più prettamente privato.